Corte Suprema di Cassazione Sentenza n. 6302 del 25 giugno 1998 Sezione I Civile

                                                                                LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

 

 

SEZIONE PRIMA CIVILE
Composta dagli Ill.mi Sigg. Magistrati:
Dott. Antonio SENSALE Presidente
" Enrico PAPA Consigliere
" Antonio CATALANO "
" Giuseppe Maria BERRUTI "
" Salvatore DI PALMA Rel. "
ha pronunciato la seguente
SENTENZA
sul ricorso proposto da:
P.M. presso la PRETURA di LECCE
Ricorrente
c-
GRECO MAURIZIO, BONSEGNA GIUSEPPE;
intimati
avverso l'ordinanza del Tribunale di LECCE, depositata il l9-09-96;
udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del
04-03-98 dal Consigliere Dott. Salvatore DI PALMA;
udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.
Dario CAFIERO che ha concluso per l'inammissibilità del ricorso.

Fatto

- che, con decreto del 20 febbraio 1996, il Pretore circondariale di Lecce - sez. dist. di Nardò ammise Maurizio Greco, imputato del delitto p. e p. dagli artt.624 e 625 cod. pen., al patrocinio a spese dello Stato ai sensi della legge n.217 del l990;
- che, a seguito di istanza in data 9 marzo 1996 del difensore del Greco, Avv. Giuseppe Bonsegna, il predetto Pretore liquidò a quest'ultimo, con decreto del 19 marzo 1996, i compensi spettantigli, determinandoli in L.1.200.000, oltre I.v.a. e C.p.a.;
- che, avverso tale provvedimento, il Procuratore della Repubblica presso la Pretura circondariale di Lecce propose ricorso al Tribunale di Lecce, chiedendo, in via principale, che venisse dichiarata l'illegittimità del decreto di ammissione al patrocinio a spese dello Stato, e in via subordinata, che i compensi liquidati all'Avv.
Bonsegna fossero ridotti nella misura minima prevista dalla Tariffa;
- che il Tribunale adito - in contraddittorio con l'Avv. Bonsegna - con ordinanza del 12 luglio 19 settembre 1996, dichiarò inammissibile il ricorso per le censure relative alla legittimità della ammissione al gratuito patrocinio, rigettandolo, altresì, nel merito;
- che, avverso tale ordinanza, notificatagli il 26 settembre 1996, il Procuratore della Repubblica presso la Pretura circondariale di Lecce ha proposto ricorso per cassazione con atto notificato sia a Maurizio Greco, in data 19 ottobre 1996, sia all'Avv. Bonsegna, in data 21 ottobre 1996;
- che tale ricorso - come risulta dalla nota di trasmissione n.690-96 Esp. in data 12 novembre 1996 del collaboratore di cancelleria del Tribunale civile e penale di Lecce - è stato inserito nel fascicolo d'ufficio del Tribunale relativo al predetto procedimento e spedito a questa Corte a mezzo del servizio postale, dalla cancelleria del Tribunale medesimo, in data 12 novembre 1996 (come risulta dal timbro postale apposto sul plico), pervenendovi il successivo 14 novembre.

Diritto

- che, con il predetto ricorso (intitolato "Dichiarazione di ricorso in cassazione del Pubblico Ministero - art. 570 - 606 c.p.p.", con cui deduce: "Violazione di legge: erronea applicazione dell'art.185 c.p.p., in relazione agli artt. 96-98-691 c.p.p. e degli artt. 3-5-6-12 della legge 30 luglio 1990 n. 217, nel procedimento penale n. 35561-95 R.P. a carico di Greco Maurizio"), il ricorrente chiede testualmente "che sia cassata, con eventuale rinvio per nuovo esame, l'ordinanza emessa il 12 luglio 1996 dal Tribunale di Lecce, con la quale è stato dichiarato inammissibile il ricorso proposto dal Procuratore della Repubblica presso la Pretura circondariale di Lecce in data 6 aprile 1996, avverso il decreto di liquidazione dei compensi emesso dal Pretore di Nardò il 13 marzo 1996 nei confronti di Bonsegna Giuseppe, difensore di Greco Maurizio, ammesso al patrocinio a spese dello Stato, nel procedimento penale sopra indicato", precisando espressamente, all'inizio dell'atto di impugnazione, che questa è proposta "limitatamente al punto in cui il suddetto Giudice ha dichiarato inammissibile il ricorso....per quanto concerne le censure relative alla legittimità dell'ammissione al gratuito patrocinio....";
- che preliminarmente, si pone il problema se il ricorso - in considerazione sia dell'oggetto dell'ordinanza impugnata, sia dell'oggetto dell'impugnazione, quale dianzi specificato: e cioè l'ammissione al patrocinio a spese dello Stato come disciplinato dalla legge n. 217 del 1990; e legittimazione del pubblico ministero a proporre impugnazione avverso i provvedimenti adottati dal giudice competente in tale materia - sia attribuito dalla legge alla cognizione delle sezioni civili, ovvero a quelle penali della Corte di cassazione; e ciò, innanzitutto, al fine di stabilire quale sia la disciplina processuale applicabile, vale a dire quella del rito civile, o quella del rito penale;
- che il Collegio ritiene, mancando, sulla specifica questione, precedenti espressi (gli unici attengono alla proponibilità del ricorso "straordinario" per cassazione, ai sensi dell'art. 111 comma 2 Cost., avverso l'ordinanza del tribunale o della corte d'appello che decide il ricorso proposto contro il decreto di liquidazione dei compensi al difensore e al consulente tecnico ai sensi dell'art. 12 l. n. 217 del 1990: questione più volte decisa dalle sezioni penali di questa Corte, come emerge dalle sentt. nn. 4813 e 1864 del 1997, 125 del 1996 e 1757 del 1995), che le controversie, aventi ad oggetto l'ammissione al patrocinio a spese dello Stato, quali prefigurate dagli artt.6 commi 4 e 5 e 10 comma 2 della legge n. 217 del 1990, appartengono alla materia civile, per la decisiva ragione che tale oggetto è costituito, immediatamente, dall'accertamento circa la sussistenza o non, in capo al cittadino, allo straniero e all'apolide residenti nello Stato, delle condizioni di reddito imponibile ai fini dell'imposta personale sul reddito previste dall'art.3 e da documentare ai sensi dell'art. 5 - oggetto assimilabile a quello tipico delle controversie tributarie, quali definite dall'art. 2 d.lgs. n. 546 del 1992, che, in ultima istanza, vengono giudicate dalle sezioni civili di questa Corte - e, mediatamente, dai diritti alla tutela giurisdizionale ed alla difesa, costituzionalmente assicurati anche ai non abbienti (art. 24 comma 3 Cost.), che sono diritti tipicamente "civili";
- che, conseguentemente, il ricorso per cassazione de quo - il quale, in definitiva, pone la questione della controllabilità, da parte dell'ufficio del pubblico ministero, del provvedimento di ammissione al patrocinio a spese dello Stato adottato dal giudice competente - è assoggettato, contrariamente a quanto opinato dal ricorrente, alla disciplina del codice di rito civile;
- che, in tale prospettiva, il ricorso stesso deve essere dichiarato improcedibile, in quanto non tempestivamente depositato ai sensi del combinato disposto degli artt.369 comma 1 cod. proc. civ. - laddove dispone che il ricorso deve essere depositato nella cancelleria della Corte, a pena di improcedibilità, nel termine di giorni venti dall'ultima notificazione alle parti contro le quali è proposto - e 134 commi 1 e 5 disp. att. cod. proc. civ., nella parte in cui, disciplinando, tra l'altro, il deposito del ricorso mediante invio per posta, stabilisce che questo si ha per avvenuto a tutti gli effetti alla data di spedizione del plico con la posta raccomandata;
- che, come già evidenziato, il Pubblico Ministero ricorrente, anziché ottemperare alle disposizioni da ultimo richiamate, ha, erroneamente, ritenuto applica bili le norme (per quanto qui rileva, artt.582, 583 e 590 cod. proc. pen.) che disciplinano la presentazione o la spedizione dell'atto di impugnazione e la conseguente trasmissione dei relativi atti al giudice dell'impugnazione, incorrendo, in tal modo, nel ritardo del deposito del ricorso: infatti - posto che l'ultima notificazione del ricorso (all'Avv. Bonsegna) è stata eseguita il 21 ottobre 1996, lo stesso avrebbe dovuto essere spedito a mezzo del servizio postale entro l'11 novembre 1996 (essendo il 10 giorno festivo), mentre lo è stato soltanto il 12 novembre 1996, e cioè oltre il ventesimo giorno dall'ultima notificazione;
- che non sussistono i presupposti per pronunciare sulle spese.

P.Q.M

Dichiara improcedibile il ricorso. Nulla per le spese.
Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio della Prima Sezione Civile, il 4 marzo 1998